Gli articoli di Apertura 

di Silvano

Presentazione 2018

a cura di Silvano Papi

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23 gennaio – Sto iniziando a scrivere la consueta presentazione al Genazzano Tennis Camp 37esima edizione. L’ondata di gelo ha invaso l’Europa e isolato le nostre località alpine. 3 metri di neve al Sestriere, 10.000 turisti bloccati, strade chiuse nel Trentino Alto Adige per pericolo valanghe rischio 5 su 5, allerta meteo su tutto il territorio. Gli inviati dei TG, sferzati dal vento e dalla neve, eroicamente ci mostrano muraglie di ghiaccio. Già dimenticato il caldo torrido dell’estate scorsa, l’allerta meteo e il rischio siccità, Gli stessi inviati, in maniche di camicia, sotto un sole implacabile inquadrano quel che resta dei laghi e dei fiumi. Un misto di curiosità e di ansia ci assale, le previsioni meteo sempre più precise, anticipano ma non possono controllare gli eventi. E’ la bellezza della natura! Possiamo distruggerla ma non controllarla.  Come  i nostri figli, espressione massima della bellezza della natura, (vi rimando a una bellissima citazione dello psicoanalista e scrittore Fabrizio Caramagna che ho voluto riportare più avanti nel racconto circa il mistero legato al bambino) non dobbiamo controllarli ma goderli e avere fiducia in loro e nel loro segreto. Io intanto non vedo l’ora che arrivi il 17 giugno giorno di inizio delle settimane di college, anche con un caldo torrido, a godermi il vento fresco del bosco di castagni e le infinite risorse dei ragazzi del Genazzano Tennis Camp 2018.

 

IL SEGRETO DEL FIGLIO

Racconto di Silvano Papi - frutto di 40 anni di maestro e 36 Genazzano tennis camp

 

“Non sono affatto arrabbiato perché hai perso” dice il padre con voce alterata
“mi da fastidio il modo IN CUI TI SEI ARRESO …Sembravi assente, non c’eri proprio…Ti rendi conto! Abbiamo impiegato quasi un’ora di macchina per arrivare e pochi minuti per perdere. Caro mio non è questa la strada. Ti sei persino fatto rubare dei punti! Cosa avevi?”

 

Fino a pochi anni prima o addirittura mesi (oggi il nostro bambino ha 9 anni) ogni suo errore, caduta goffa, o strafalcione linguistico veniva accolto dai genitori con benevolenza, a volte con entusiasmo. Un abbraccio e un sorriso amorevole per rassicurarlo, un bacio per testimoniare il loro amore. Fino ad allora aveva sempre GIOCATO, nella sua stanza, in giardino, dai nonni, completamente assorto, concentrato e in contatto profondo con il suo sé. Non rispondeva perché non sentiva, identificato con il suo lavoro. Il genitore osservava, difficilmente interferiva, sorpreso e compiaciuto delle nuove capacità del suo piccolo. Per la prima volta oggi capisce la differenza tra gioco e sport. Non sono più solo affari suoi! Eppure era così fiero dell’interessamento del padre che non si perdeva una mossa ai suoi allenamenti… che parlava di lui e con lui… non ci aveva mai passato così tanto tempo assieme….

“Dai dimmi qualcosa…hai perso la lingua?”

Il bambino guarda di lato attraverso il vetro la strada che sfugge al suo sguardo, un po’ come quella brutta mattina in cui niente era andato come voleva.   Le gambe non si erano mosse, il braccio non sembrava il suo, aveva fatto una figura da fesso. Fino alla sera prima non vedeva l’ora… Perché non me lo spiega papà? Perché non me lo dice?

“Perché non mi abbracci e stai zitto?”

Purtroppo lo pensa soltanto, non può dirglielo. Cerca di farglielo capire con la sua sottomissione. Questo atteggiamento non fa che peggiorare la sua situazione.

 

“Anche adesso…Stai lì imbambolato e non mi guardi neanche. Non parli. Dimmi cosa avevi…Non ti mangio mica”.

 

Il bambino sembra ancora più piccolo sulla poltrona dell’auto. Vorrebbe coprirsi gli occhi con la cintura di sicurezza che invece gli attraversa la gola provocandogli un senso di soffocamento.
Non riesce a pronunciare una sola parola. Eppure aveva amato tanto i viaggi con suo padre, specialmente i lunghi viaggi estivi, quando, svegliandosi ogni tanto,  scopriva con gioia che mancava ancora tanto. Ora vorrebbe essere già a casa.


–Papà mi vuol far credere che è calmo, ma io lo so che ce l’ha con me–

 

Anche il padre ora guarda fisso davanti senza più parlare, come se il figlio non ci fosse. Infatti il figlio non c’è più.
E’ combattuto tra il bisogno di soddisfare la sua rabbia, che aumenta con le domande senza risposta, e il desiderio di lasciarsi andare alla tenerezza per quel piccolo pulcino che trattiene a stento le lacrime.


Questa scelta potrà aprire o chiudere le porte della comunicazione con il figlio. Rimanere ancorati alla propria rabbia mostrandone i muscoli fasulli:

“Avessi avuto io le tue possibilità caro mio…All’età tua dovevo andare al campo di calcio di nascosto da mio padre…giocavamo con la palla di carta perché non c’erano soldi…tu hai tutto e non te ne rendi conto!”

E’ il “padre macchina da guerra” a parlare e non fa sconti.

 

Oppure calarsi nel proprio profondo a vedere che c’è, a prescindere da ciò che fa piacere pensare?

“Anch’io da bambino avevo le tue stesse paure. Quando mi interrogavano ci mettevano un po’ le parole ad uscire… E poi le partite… certe volte mi sono proprio vergognato di me, soprattutto quando ci tenevo di più e volevo fare bella figura, non riuscivo ad esprimermi. Non mi divertivo affatto e non vedevo l’ora che finisse. So cosa provi oggi e ti posso solo dire che ti voglio bene.”

 

Il bambino ora ascolta suo padre, il padre umano che ha smesso di controllare e giudicare. Non perde una parola. Suo papà è come lui, forse anche peggio… Vorrebbe che quel momento non finisse mai.
Questo padre ha lasciato una porta aperta. Le difficoltà del figlio lo aiutano ad aprirsi, a lasciarsi conoscere e avvicinare, potranno permettergli di farsi superare da lui e di lasciarlo andare oltre, una scheggia nel futuro a prescindere da se e da quello che succederà, che non vuole e forse non può più controllare. Sta osservando il suo piccolo con occhi diversi, come se fosse la prima volta e vorrebbe che fosse sempre come questa prima volta. Sente di amarlo non solo così com’è, ma proprio perché è così. Ha disarmato le sue aspettative, ha smesso, e spera che sia per sempre, di investire e programmare la vita di quel meraviglioso piccolo essere con il suo personale mistero, che ora non chiede che di essere abbracciato.

Lo ricorda appena nato tenere l’aldilà ancora stretto nelle sue manine rinchiuse (Fabrizio Caramagna)

Ora è il figlio a provare un po’ di tenerezza. Questo papà grande e grosso… possibile che anche lui…,

“Papà ci torniamo domenica a giocare? Forse avrò meno paura. E’ solo un gioco, vero?”

 

Questo breve racconto è il frutto della mia storia di maestro e di psicoterapeuta. Molte volte ho assistito a quei dialoghi chiedendomi dove fossero i limiti del padre, le sue responsabilità e dove quelli del figlio. Quale poteva essere la soluzione migliore per “lasciar crescere i figli”  Il padre autoritario o quello amico? Genitori “empatici” o esigenti? C’è una terza via?

Il nostro tempo sostiene la necessità del dialogo tra genitori e figli come principio educativo prioritario. Di fronte al lento e inesorabile processo di erosione dell’autorità paterna, il dialogo ha giustamente preso il posto delle “botte” o della “voce grossa”. Si ritrovano genitori e figli in una prossimità sconosciuta fino a poco tempo fa. I genitori non sono più il simbolo della Legge, ma si occupano principalmente del tempo libero e degli affetti dei figli. Il figlio, investito da queste innumerevoli premure, somiglia sempre più a un Principe  a cui la famiglia offre i suoi servizi e a cui lui  spalanca le porte. Il rischio è che questa quantità di attenzioni giustifichi una confusione di ruoli sviluppati solo orizzontalmente, perdendo il senso verticale del legame genitore-figlio.

Lo stesso discorso vale per la parola “empatia” che compare e è egemone in qualsiasi discorso psico-pedagogico. L’idea di fondo che l’ha resa popolare è che parlare con i figli significa capirli, riconoscersi in loro, condividere le loro gioie e le loro sofferenze, in poche parole, vivere la loro vita. Nessuno si sognerebbe di sollevare obbiezioni a questa rappresentazione del legame educativo famigliare. Il “politically correct” sostiene e diffonde questo modello. Nessuno del resto può negare l’importanza del dialogo e della comprensione empatica nel rapporto tra genitori e figli. Quello che si può ipotizzare però è una terza via, cui si accennava sopra, che non valorizza retoricamente il dialogo e l’empatia, ma che riconosce che la vita del figlio è innanzitutto una vita “altra”, straniera, distinta, differente, al limite impossibile da comprendere.  La cultura dell’empatia e del dialogo incessante vorrebbe smussare gli spigoli duri della vita consentendo ai figli un cammino privo di ostacoli, sempre in discesa, privo di pericoli e minacce. Solo il lavoro, il travaglio difficile del negativo, incide nel dare una forma nuova alla vita. Solo “l’erranza” e non “l’identità chiusa in se stessa” può generare conoscenza. (Hegel)

Nel tempo in cui tramonta la Legge che punisce, il compito primo, il più alto e più difficile dei genitori è quello di avere fede nel segreto incomprensibile del figlio ovvero nei suoi sogni e di disarmare le proprie aspettative su di lui lasciandogli i “suoi” sogni, non pretendere che la sua vita ripercorra le nostre orme e che condivida i nostri interessi. Lasciare invece che il figlio nel suo viaggio possa perdersi e conoscere la sconfitta e la ferita per trovare il proprio passo. (Massimo Recalcati – Il segreto del figlio).

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